“di come un bagno pubblico si credette di essere un salottino privato”
processi di rivisitazione urbana - modificare uno spazio ci modifica

Durante la serata del 18 gennaio in Triennale Bovisa, abbiamo deciso di infilarci tra gli eventi programmati e usare quello spazio per trovare un modo di stare, che fosse altro rispetto a quello dato. E così siamo arrivate, ci siamo insediate nel bagno del locale della Triennale, e abbiamo apparecchiato un tavolo. Per la cena. La nostra cena. Avevamo deciso di cenare lì, volevamo quindi trasformare lo spazio in modo da assecondare i nostri Desideri. Una volta preparato lo spazio, abbiamo lasciato il nostro ormai salotto, con l’idea di riappropriarcene all’ora di cena. E così è stato. Alle otto e mezza siamo entrate a mangiare.

La possibilità di usare gli spazi e trasformarli, e quindi di viverli in modo altro rispetto al loro ruolo standard, che compete un passaggio transitorio e dimentico del vissuto appena compiuto da parte di chi li percorre, la voglia di vivere uno spazio trasformandolo nel nostro spazio, da poter abitare perché dentro ci siamo noi: tutto questo ci permette di essere lì dove siamo. Di stare, nel modo che noi scegliamo, in un luogo che, interagendo con noi, cessa di essere un luogo qualunque.
L’arrivo di un estraneo, il suo contatto con quello spazio trasformato, crea una cesura tra il suo vissuto fino a quel momento e le sue aspettative. Avviene una sospensione: egli si trova in un luogo che non aveva previsto, e si stupisce. Egli riconosce di trovarsi in un luogo portatore di un’identità, la nostra, quella di chi lo abita, con cui può decidere di entrare in rapporto oppure no. In ogni caso, dopo lo stupore, egli, sicuramente, dovrà scegliere, e l’obbligo di scegliere comporta per lui l’obbligo di essere, di essere presente, di smettere, per un momento, di transitare.

 

Foto di Matteo Marzio

Foto di Bianca Puleo