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Venezia - Itinerario per i ponti______________________

Guarda Venezia. Se non la conosci serviti di questa mappa. Parti dal ponte dell’Accademia. Lì troverai un pannello che ti parlerà di un ponte, di un altro ponte. Raggiungilo. E così spostati da un ponte all’altro indovinando le loro storie. Giungerai alla fine dell’itinerario. Passerai per calli, campi e campielli. Ti muoverai per Venezia, fino all’ultimo ponte previsto, il ponte che non c’è.

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PONTE DEGLI SCALZI

Era tutta la vita che mi spostavo da una città a quell’altra. Percorrevo centri urbani e periferie, salivo ai piani alti dei palazzi e mi immergevo nei bassifondi delle grandi metropoli, dei primi ero invaghito da quel loro profumo di nuovo, luminoso e plastico; degli altri inghiottivo le puzze, l’odore forte di stantio e di ceppi bagnati. Non sapevo decidermi. Di qua o di là. Nel mezzo o sul lato. In alto o i basso. Non sapevo dove mettermi. Dove continuare a vivere. Non ho scelto mai, ho vagato per il mondo, certo non tutto ma quasi tutto. Portavo sempre quelle scarpe coi lacci inannodabili, di cuoio mal tagliato. Scivolavano sotto la suola e si inzuppavano, si lerciavano. Una volta incontrai un generoso che mi disse di allacciarli, se non volevo perdere le scarpe; ma a me piaceva l’idea di portarmi dietro il mondo. Tutto lì, racchiuso nelle mie stringhe. Vagai fichè, da vecchio, giunsi nell’ultima città. Città di mare ma infissa al suolo. Porto dove il mondo, che avevo viaggiato, lì arrivava, approdava, si fermava e ripartiva. Finalmente casa. Salì in piedi sul primo ponte che incontrai. Era buona quell’aria, leggera e dolciastra, un misto di pizzi e tende sgualcite. Avevo deciso. Era lì che sarei rimasto. Solo che mentre lo pensai uno dei miei lacci si impigliò in una cuspide in pietra del corrimano del ponte. Non feci in tempo ad abitare Venezia. Scivolai nell’acqua. E lì restai. Impigliato in quella melma strana. In quella poltiglia di paesi lontanissimi. Come le mie stringhe. Che non era acqua ma mi baganava, che non era suolo ma mi reggeva. Non poteva esserci casa più appropriata, per me. Questo mi consola. Da quel giorno tutti i passanti, prima di attraversare il mio ponte, si chinano, e tolgono le scarpe.

Sono il ponte degli Scalzi. Raggiungimi e prosegui l’itinerario dei ponti.


PONTE DEL CALATRAVA

Sono un vanitoso in potenza, io. Sono figlio di un demiurgo del mio tempo. Un Platone dell’architettura, che ha scelto di procreare opere, invece che eredi. Non è Geppetto, ma gli somiglia un po’. Senza baffi ma con occhiali spessi, il mio babbo è un solitario. Quando lo fotografano si nasconde, si accuccia dietro alla sua famiglia, dietro ai miei appariscenti fratelli. Che siamo in tanti. Vi parlo come se fossi nel fiore dei miei anni. Non lo sono. Non sono ancora nato. E’ da anni, da undici anni, che attendo. Undici anni di gestazione. Gli infermieri dicono che è meglio aspettare, che se venissi al mondo potrei essere un rischio per gli uomini. Mio padre ormai si è dimenticato di me. Anche in questo è diverso dal vecchio falegname che costruì Pinocchio. Egli, infatti, fece un figlio solo, e cercò di occuparsene, perché senza sarebbe rimasto orfano di compagnia. Mio padre invece ha generato tanti successori, e li ha abbandonati tutti. Forse la verità è che non è mai stato tempo per me, che le sponde su cui avrei dovuto poggiare non possono sorreggermi. E il mio babbo, vanitoso quanto me, mica se ne è preoccupato, di garantirmi un luogo confortevole e solido, per farmi venire al mondo. E questo è il risultato: che sono un ponte mai nato.

Sono il ponte Calatrava, l’ultimo dell’itinerario dei ponti.


PONTE DEI SOSPIRI


Ma quale pena, ma quale lagnanza, supplizio, strazio. Quei giovani che per me passavano non sospiravano affatto. Questa è la revisione dei balordi, dei miei balordi costruttori, che hanno speculano sulla mia pazienza, sulla mia pietrificata resistenza. Lasciate che ve lo dica, perché insomma dopo tutti questi anni è bene che voi sappiate, su che fu costruita la mia fama. Altro che sospiri, quelli singhiozzavano. C’avevano il singhiozzo. Si. Un banale, diagnosticabile, normalissimo singhiozzo. Altro che ultimo sospiro all’ultimo stralcio di cielo. Baggianate. Quelli c’avevano il singhiozzo, e pensavano d’averci chissà che cosa. Dal prete se ne andavano. Altro che cella di piombo. Credevano di averci in corpo il riverbero di satana, che prima di impossessarsi di loro li prendeva per la gola e che quando iniziava a rimbalzarci dentro significava campanello definitivo. Morte imminente. Quei paranoici si affollavano sulle mie cinta di pietra e aspettavano udienza per farsi benedire, non rinchiudere. E figuriamoci se venivano a raccontarvelo, presuntuosi che sono hanno dovuto inventarsi il vezzo del sospiro. Perchè la storia rende grazia ai romantici e dimentica gli uomini. Devo essere onesto, me la sono proprio goduta, la gloria che la loro scaltrezza mi ha garantito, tutti questi anni.

Sono il ponte dei Sospiri. Raggiungimi e prosegui l’itinerario dei ponti.


PONTE DELLE GUGLIE E PONTE DEI PUGNI

Ci furono tempi in cui Venezia primeggiava e tempi in cui dovette decidere, e velocemente, che posizione assumere a livello internazionale. I turchi avanzavano verso occidente, entravano nei Balcani e salivano ad assediare Vienna. E mentre l’occidente impallidiva di paura, Venezia si agghindava e si colorava la faccia, con le tinte provenienti dall’Oriente. Venezia conservava gli alimenti con le loro spezie. Venezia accoglieva e ridistribuiva in Europa gli oli, gli unguenti, i tessuti. Venezia non aveva paura, perché l’Oriente l’aveva incontrato, conosciuto, assimilato. Perché aveva sempre scelto di vivere emarginata dalla violenza dell’occidente, finché il papa decise di scatenare l’ultimo grande attacco, presso Lepanto. Venezia aveva sempre agito di convenienza, e la sua gente ne aveva raccolto i frutti. Ma ora che i due mondi si avvicinavano, Venezia si ritrovava al centro della morsa che si andava chiudendo. E doveva scegliere. E il compito di scegliere fu delegato a due individui. Due fratelli. Due buoni, a nulla, per il giudizio del tempo. Tiepolo e Tiziano erano i due tonti. Gli scemi del villaggio, per intenderci. Affidare proprio a loro un compito così delicato. Delegare due fratelli, derisi e compatiti, per decidere le sorti della propria città. Geniale. Intuitivo metodo per scaricare le responsabilità del mondo sullo sterco ch’esso ha prodotto. Ma se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. E Tiepolo e Tiziano, che a parlare erano buoni poco, disegnarono. Si misero a tracciare immagini, nell’atrio intarsiato di lapislazzulo del palazzo. Ma mentre Tiziano vide in Venezia la morte, Tiepolo ci vide la vita. Tiepolo infatti fece correre sulle colonne azzurre linee dorate svettanti al cielo, mentre il fratello incise il suolo e vi scavandovi fosse minuscole. L’interpretazione che ne derivò portò la città ad aderire al conflitto e poi a dissociarsene, riaprendo immediatamente le trattative di scambio con i lucrosi vicini. Venezia vinse a Lepanto acclamando le colonne di Tiepolo, ma si ritirò subito dopo, evitando la macabra fine pronosticata da Tiziano. E per celebrare i fratelli veggenti ne immortalò per sempre le gesta attraverso due opere esemplari: a Tiepolo dedicò i quattro obelischi che svettano sul ponte delle Guglie, per Tiziano furono incise le quattro impronte agli angoli del ponte dei Pugni. I fratelli furono poi arsi in piazza San Marco, perché è bene essere veggenti, ma è meglio non esserlo troppo.

Raggiungi uno dei due ponti citati e prosegui l’itinerario dei ponti.


PONTE TETTA

Era da giorni che il doge non usciva dalle sue stanze. Troppi giorni per poter dirigere un centro dipolomatico e mercantile come Venezia. C'erano decisioni da prendere, spese in cui investire, clausole da firmare, bolle da timbrare, legazioni da inviare, ambasciate da accogliere, cantieri navali da dirigere. Questi erano solo i compiti ordinari, che il doge della Serenissima avrebbe dovuto svolgere. Ma niente. Se ne stava sbarrato nelle sue stanze. E si rifiutava di comunicare con chiunque, tranne che con quella rintronata di sua figlia. Una ritardata di trentatre anni, soprannominata l'otorino di Dio, perchè non sentiva un accidenti. Ed essendo i veneziani molto poco pazienti, potete immaginarvi. Insomma, le uniche disposizioni che il doge dava arrivavano tramite l'otorino di Dio, ed erano quindi inapplicabili, perchè probabilmente rielaborate. La situazione resistette una settimana, poi i consiglieri e gli amministratori della repubblica decisero di intervenire con un'azione di pulizia: non potendo far fuori il doge, non per altro, perchè si era serrato dentro e le veneziane son dure da sfondare, sono costruite per resistere alle inondazioni, decisero di sedare l'otorino, eternamete. Al contario della figlia però, il doge ci sentiva perfettamente, anche troppo, aveva conservato per sè tutti i cromosomi dediti all'apparato acustico. Decifrò le onde sonore che vibrarono nella sua stanza e la sera chiamò l'otorino a udienza: “Guarda che quei delinquenti voglion farti secca: trova la fonte e tientela stretta”, le disse. Il doge agì da padre: parlò cifrato, sperando di spronare la scaltrezza della figlia. La fonte del complotto, egli intendeva dirle, andava scovata e denunciata. Ma quella, l'otorino di Dio, si recò al ponte davanti casa, si spogliò tutta, e ce ne vuole, portava cinque strati di vestiti, e gettò all'aria le sue mammelle. Una la prese e cominciò a strizzarla, tenerla, stringerla, contemplarla. Così rimase per molti secondi. Come le piacque. Si accorse di non aver mai guardato i suoi seni, prima di allora. Capì cosa intendeva suo padre, fu un'illumunazione. Si rimise le cinque sottane ma il petto lo lasciò scoperto. Tornò a palazzo, e, una volta dentro, si fermò al centro della sala. Tentò col primo che passava. Era un diplomatico e andava di fretta, ma quando la vide, così sprotetta, prima si imbarazzò, poi si avvicinò. L'otorino di Dio allungò una mano su quella dell'uomo, la tirò a sé e se la mise addosso, poi ordinò: “Tu d'ora in poi tradurrai tutti gli ordini del doge e me li comunicherai, perchè io non sento un accidente.” Quello annuì, imbambolato ed ebbro, senza spostare le dita di un millimetro. Lei si accorse finalmente del potere ancestrale che possedeva per natura. Si fece ribattezzare la tetta di Dio, e perchè ogni donna che passasse di lì potesse accorgersi del privilegio di cui godeva, fece inchiodare sul ponte l'insegna: trova il ponte e tienti la tetta.

Sono il ponte Tetta, raggiungimi e prosegui l’itinerario dei ponti.