PONTE
DEGLI SCALZI
Era
tutta la vita che mi spostavo da una città a quell’altra.
Percorrevo centri urbani e periferie, salivo ai piani alti dei palazzi
e mi immergevo nei bassifondi delle grandi metropoli, dei primi ero
invaghito da quel loro profumo di nuovo, luminoso e plastico; degli
altri inghiottivo le puzze, l’odore forte di stantio
e di ceppi bagnati. Non sapevo decidermi. Di qua o di là. Nel
mezzo o sul lato. In alto o i basso. Non sapevo dove mettermi. Dove
continuare a vivere. Non ho scelto mai, ho vagato per il mondo, certo
non tutto ma quasi tutto. Portavo sempre quelle scarpe coi lacci inannodabili,
di cuoio mal tagliato. Scivolavano sotto la suola e si inzuppavano,
si lerciavano. Una volta incontrai un generoso che mi disse di allacciarli,
se non volevo perdere le scarpe; ma a me piaceva l’idea di portarmi
dietro il mondo. Tutto lì, racchiuso nelle mie stringhe.
Vagai fichè, da vecchio, giunsi nell’ultima città.
Città di mare ma infissa al suolo. Porto dove il mondo, che avevo
viaggiato, lì arrivava, approdava, si fermava e ripartiva. Finalmente
casa. Salì in piedi sul primo ponte che incontrai. Era buona
quell’aria, leggera e dolciastra, un misto di pizzi e tende sgualcite.
Avevo deciso. Era lì che sarei rimasto. Solo che mentre lo pensai
uno dei miei lacci si impigliò in una cuspide in pietra del corrimano
del ponte. Non feci in tempo ad abitare Venezia. Scivolai nell’acqua.
E lì restai. Impigliato in quella melma strana. In quella poltiglia
di paesi lontanissimi. Come le mie stringhe. Che non era acqua ma mi
baganava, che non era suolo ma mi reggeva. Non poteva esserci casa più
appropriata, per me. Questo mi consola. Da quel giorno tutti i passanti,
prima di attraversare il mio ponte, si chinano, e tolgono le scarpe.
Sono
il ponte degli Scalzi. Raggiungimi e prosegui l’itinerario dei
ponti.
PONTE
DEL CALATRAVA
Sono
un vanitoso in potenza, io. Sono figlio di un demiurgo del mio tempo.
Un Platone dell’architettura, che ha scelto di procreare opere,
invece che eredi. Non è Geppetto, ma gli somiglia un po’.
Senza baffi ma con occhiali spessi, il mio babbo è un solitario.
Quando lo fotografano si nasconde, si accuccia dietro alla sua famiglia,
dietro ai miei appariscenti fratelli. Che siamo in tanti. Vi parlo come
se fossi nel fiore dei miei anni. Non lo sono. Non sono ancora nato.
E’ da anni, da undici anni, che attendo. Undici anni di gestazione.
Gli infermieri dicono che è meglio aspettare, che se venissi
al mondo potrei essere un rischio per gli uomini. Mio padre ormai si
è dimenticato di me. Anche in questo è diverso dal vecchio
falegname che costruì Pinocchio. Egli, infatti, fece un figlio
solo, e cercò di occuparsene, perché senza sarebbe rimasto
orfano di compagnia. Mio padre invece ha generato tanti successori,
e li ha abbandonati tutti. Forse la verità è che non è
mai stato tempo per me, che le sponde su cui avrei dovuto poggiare non
possono sorreggermi. E il mio babbo, vanitoso quanto me, mica se ne
è preoccupato, di garantirmi un luogo confortevole e solido,
per farmi venire al mondo. E questo è il risultato: che sono
un ponte mai nato.
Sono
il ponte Calatrava, l’ultimo dell’itinerario dei ponti.
PONTE
DEI SOSPIRI
Ma quale pena, ma quale lagnanza, supplizio, strazio. Quei giovani che
per me passavano non sospiravano affatto. Questa è la revisione
dei balordi, dei miei balordi costruttori, che hanno speculano sulla
mia pazienza, sulla mia pietrificata resistenza. Lasciate che ve lo
dica, perché insomma dopo tutti questi anni è bene che
voi sappiate, su che fu costruita la mia fama. Altro che sospiri, quelli
singhiozzavano. C’avevano il singhiozzo. Si. Un banale, diagnosticabile,
normalissimo singhiozzo. Altro che ultimo sospiro all’ultimo stralcio
di cielo. Baggianate. Quelli c’avevano il singhiozzo, e pensavano
d’averci chissà che cosa. Dal prete se ne andavano. Altro
che cella di piombo. Credevano di averci in corpo il riverbero di satana,
che prima di impossessarsi di loro li prendeva per la gola e che quando
iniziava a rimbalzarci dentro significava campanello definitivo. Morte
imminente. Quei paranoici si affollavano sulle mie cinta di pietra e
aspettavano udienza per farsi benedire, non rinchiudere. E figuriamoci
se venivano a raccontarvelo, presuntuosi che sono hanno dovuto inventarsi
il vezzo del sospiro. Perchè la storia rende grazia ai romantici
e dimentica gli uomini. Devo essere onesto, me la sono proprio goduta,
la gloria che la loro scaltrezza mi ha garantito, tutti questi anni.
Sono
il ponte dei Sospiri. Raggiungimi e prosegui l’itinerario dei
ponti.
PONTE
DELLE GUGLIE E PONTE DEI PUGNI
Ci
furono tempi in cui Venezia primeggiava e tempi in cui dovette decidere,
e velocemente, che posizione assumere a livello internazionale. I turchi
avanzavano verso occidente, entravano nei Balcani e salivano ad assediare
Vienna. E mentre l’occidente impallidiva di paura, Venezia si
agghindava e si colorava la faccia, con le tinte provenienti dall’Oriente.
Venezia conservava gli alimenti con le loro spezie. Venezia accoglieva
e ridistribuiva in Europa gli oli, gli unguenti, i tessuti. Venezia
non aveva paura, perché l’Oriente l’aveva incontrato,
conosciuto, assimilato. Perché aveva sempre scelto di vivere
emarginata dalla violenza dell’occidente, finché il papa
decise di scatenare l’ultimo grande attacco, presso Lepanto. Venezia
aveva sempre agito di convenienza, e la sua gente ne aveva raccolto
i frutti. Ma ora che i due mondi si avvicinavano, Venezia si ritrovava
al centro della morsa che si andava chiudendo. E doveva scegliere. E
il compito di scegliere fu delegato a due individui. Due fratelli. Due
buoni, a nulla, per il giudizio del tempo. Tiepolo e Tiziano erano i
due tonti. Gli scemi del villaggio, per intenderci. Affidare proprio
a loro un compito così delicato. Delegare due fratelli, derisi
e compatiti, per decidere le sorti della propria città. Geniale.
Intuitivo metodo per scaricare le responsabilità del mondo sullo
sterco ch’esso ha prodotto. Ma se dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior. E Tiepolo e Tiziano, che a parlare erano
buoni poco, disegnarono. Si misero a tracciare immagini, nell’atrio
intarsiato di lapislazzulo del palazzo. Ma mentre Tiziano vide in Venezia
la morte, Tiepolo ci vide la vita. Tiepolo infatti fece correre sulle
colonne azzurre linee dorate svettanti al cielo, mentre il fratello
incise il suolo e vi scavandovi fosse
minuscole. L’interpretazione che ne derivò portò
la città ad aderire al conflitto e poi a dissociarsene, riaprendo
immediatamente le trattative di scambio con i lucrosi vicini. Venezia
vinse a Lepanto acclamando le colonne di Tiepolo, ma si ritirò
subito dopo, evitando la macabra fine pronosticata da Tiziano. E per
celebrare i fratelli veggenti ne immortalò per sempre le gesta
attraverso due opere esemplari: a Tiepolo dedicò i quattro obelischi
che svettano sul ponte delle Guglie, per Tiziano furono incise le quattro
impronte agli angoli del ponte dei Pugni. I fratelli furono poi arsi
in piazza San Marco, perché è bene essere veggenti, ma
è meglio non esserlo troppo.
Raggiungi
uno dei due ponti citati e prosegui l’itinerario dei ponti.
PONTE
TETTA
Era
da giorni che il doge non usciva dalle sue stanze. Troppi giorni per
poter dirigere un centro dipolomatico e mercantile come Venezia. C'erano
decisioni da prendere, spese in cui investire, clausole da firmare,
bolle da timbrare, legazioni da inviare, ambasciate da accogliere, cantieri
navali da dirigere. Questi erano solo i compiti ordinari, che il doge
della Serenissima avrebbe dovuto svolgere. Ma niente. Se ne stava sbarrato
nelle sue stanze. E si rifiutava di comunicare con chiunque, tranne
che con quella rintronata di sua figlia. Una ritardata di trentatre
anni, soprannominata l'otorino di Dio, perchè non sentiva un
accidenti. Ed essendo i veneziani molto poco pazienti, potete immaginarvi.
Insomma, le uniche disposizioni che il doge dava arrivavano tramite
l'otorino di Dio, ed erano quindi inapplicabili, perchè probabilmente
rielaborate. La situazione resistette una settimana, poi i consiglieri
e gli amministratori della repubblica decisero di intervenire con un'azione
di pulizia: non potendo far fuori il doge, non per altro, perchè
si era serrato dentro e le veneziane son dure da sfondare, sono costruite
per resistere alle inondazioni, decisero di sedare l'otorino, eternamete.
Al contario della figlia però, il doge ci sentiva perfettamente,
anche troppo, aveva conservato per sè tutti i cromosomi dediti
all'apparato acustico. Decifrò le onde sonore che vibrarono nella
sua stanza e la sera chiamò l'otorino a udienza: “Guarda
che quei delinquenti voglion farti secca: trova la fonte e tientela
stretta”, le disse. Il doge agì da padre: parlò
cifrato, sperando di spronare la scaltrezza della figlia. La fonte del
complotto, egli intendeva dirle, andava scovata e denunciata. Ma quella,
l'otorino di Dio, si recò al ponte davanti casa, si spogliò
tutta, e ce ne vuole, portava cinque strati di vestiti, e gettò
all'aria le sue mammelle. Una la prese e cominciò a strizzarla,
tenerla, stringerla, contemplarla. Così rimase per molti secondi.
Come le piacque. Si accorse di non aver mai guardato i suoi seni, prima
di allora. Capì cosa intendeva suo padre, fu un'illumunazione.
Si rimise le cinque sottane ma il petto lo lasciò scoperto. Tornò
a palazzo, e, una volta dentro, si fermò al centro della sala.
Tentò col primo che passava. Era un diplomatico e andava di fretta,
ma quando la vide, così sprotetta, prima si imbarazzò,
poi si avvicinò. L'otorino di Dio allungò una mano su
quella dell'uomo, la tirò a sé e se la mise addosso, poi
ordinò: “Tu d'ora in poi tradurrai tutti gli ordini del
doge e me li comunicherai, perchè io non sento un accidente.”
Quello annuì, imbambolato ed ebbro, senza spostare le dita di
un millimetro. Lei si accorse finalmente del potere ancestrale che possedeva
per natura. Si fece ribattezzare la tetta di Dio, e perchè ogni
donna che passasse di lì potesse accorgersi del privilegio di
cui godeva, fece inchiodare sul ponte l'insegna: trova il ponte e tienti
la tetta.
Sono
il ponte Tetta, raggiungimi e prosegui l’itinerario dei ponti.