Firenze 26 Aprile 2009.

CICLO OLTRE IL FORTE

ProvocoAzioni installa i PannelliUrbani intorno alla fortezza da Basso, in contemporanea con la fiera internazionale dell'artigianato che si tiene all'interno della fortezza.

Partendo dal tema del nucleare, questo ciclo di racconti parte da un’idea che è poi metafora del reale, quella di un mondo immaginario, dove i vivi hanno subito una mutazione, e ora sono divenuti cose. E noi che transitiamo nella città possiamo fermarci, guardarli, accorgerci di loro, toglierli dall’ambito dell’ordinario e dar loro una dimensione stra-ordinaria. Siamo abituati a transitare nello spazio urbano senza fermarci ad ascoltarlo, a guardarlo, a viverlo. E’ possibile oggi, nell’era dell’immagine usata come strumento di mediazione commerciale, e quindi invasiva e violenta, usare la realtà che ci circonda, la città, per stravolgerla, svuotarla dal suo senso comune, e riempirla di significati altri, immaginifici, creativi, scelti da noi? L’intento è ridare un senso, assolutamente soggettivo e creativo, alle cose appartenenti allo spazio urbano che tutti i giorni transitiamo, e che entrano e appartengono alla nostra sfera dell’abitudinario senza che ce ne accorgiamo. Ogni cosa che ci circonda è scontato che ci sia. La sua funzione è scontata. Ci riguarda ma non ci ferma, non ci influenza, non ci modifica. A meno che noi non decidiamo di modificarla. Possiamo guardare un albero e passare oltre, oppure possiamo decidere che quell’albero ha delle cose da dire, o che in realtà non è affatto un albero: allora gli daremo un senso di esserci.

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RACCONTO n° 1

Del ciclo di racconti io son l’introduzione, per credere al seguito serve una precisazione: c’è un fatto, un incidente, una cospirazione, e fu principio d’ordine di una nuova condizione. Se prima si giocava intorno alla fortezza, quel fatto infausto avvenne e immobilizzò la festa. I vecchi dondolavano sulle tre gambe note, i piccoli nascosti fingevan d’esser cose. Poi un’onda aerea e anomala coprì la terra intera, fuligginosa e densa e di colore rosa. Si stese a coricarsi nei pressi di Fortezza, cullando come un canto i sogni d’ogni testa. Così i bambini e i grandi si fecero portare, nel limbo, nella rete di una melodia infernale. Perché sinceramente quel fluido porporino, di raggi nucleari riempiva ogni taschino. E colando sui corpi di ogni grande e piccino, li fissava per sempre in un letargo divino. Siccome ogni cosa poi si adegua al sistema, ora riconoscerli diventa un problema. Li scambiamo per alberi, cestini e lampioni: sono i bambini còlti dalle radiazioni.


Quand’esci dall’arcata di questo muraglione, subito a sinistra trovi la prima mutazione: ti parrà la fontana del cappellaio matto, ma contiene una storia, una vita, un ritratto.

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RACCONTO n°2

RACCONTO n°"Io che son giardiniere di tutto il circondario, vedendo arrivar la nube cercai tra gli attrezzi un rosario. Ma preso dal tremore e poi dallo spavento, frugando nel borsone estrassi senza discernimento. Impugnai la cesoia, la paletta, il vermicida, e tra un bulbo, la pompa e via, pronunciai l’Ave Maria. Ma quando il manto rosa raggiunse il mio cappello, vi si posò e si ruppe in tante piume d’uccello. Così per sempre adesso, immobile qua sotto, divido il mio destino con coloro che meno stimo, infatti mai la sorte seppe esser più perversa che chiudere in una gabbia una cosa e la sua avversa. Ed io che tendevo le articolazioni, minacciando con la scopa quei fetenti piccioni, oggi ne spartisco l’eterna convivenza e ad essi i passanti legano la mia statica presenza.

Se ora prosegui lungo viale Strozzi, troverai sul fondo un giardino rotondo con un bacino che è un acquitrino. Lì sono in tanti a esser stati fissati, l’onda radioattiva li ha immobilizzati. Di coloro che stavano a giocare, questo viaggio serba memoria, facendoli parlare.

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RACCONTO n°3

Ancora non capisco che cosa sia successo, il viaggio è stato lento, e ora oscillo col vento. Giocavo coi fratelli ai quattro cantoni, io stavo nel mezzo e loro nei tre rioni. Il gioco consisteva nell’occuparne uno, ma io che sono lento perdevo e restavo al centro. Poi venne quella cosa, quella strana cera rosa, che ci cosparse tutti, lo fa la buccia coi suoi frutti. Sembrava appesa al sole, come la lenza all’amo, e noi che saltavamo: “Ancora!”, strillavamo. Presto divenne una gara: chi ne era più cosparso diveniva il re del parco. Io disorientato guardavo tutti quanti: mentre quelli correvano indietro e in avanti, io fermo diventavo un deposito adeguato. Come la neve che quando viene, si accumula su quello che di fermo la sostiene. E quando i miei fratelli si voltarono a guardare dovettero riconoscere e cedermi l’altare. Furon così irradiati dalla situazione, che col tempo divennero pali dell’illuminazione. Ed io nel mezzo, fiero, coperto dal mantello, buttai gemme dalle mani e crebbi albero forte e bello.

Ora se segui il cerchio, lungo il sentiero ombroso, incontrerai gli amanti: mai vi fu mutamento meno generoso

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RACCONTO n°4

Noi prossimi fedifraghi in un gesto di tensione, stavamo per scambiarci il primo bacio d’amore. Quand’ecco ci sorprese, dall’altro del suo giudicare, il senso di colpevolezza con cui i calcoli dovevamo fare. Vicine le giunture, i colli, le mascelle, vicine le narici, le barbe, sì anche quelle. Io china, tutta gonfia di voglia vaginale, riverso su me lui, in un arco maniacale. Nel sudore delle cosce egli mi desiderava, ma l’impaccio del suo corpo lo beffeggiava: secco come un fuso sul mio grasso di cemento, faticava poveretto e gli sfuggiva il momento. E io che sempre mi toccava di pigliar l’iniziativa, questa volta mi dicevo: “calma Giulia, poi lui arriva”. Ma purtroppo anche sta volta, ed è l’ultima ch’io ho còlta, dal destino fui beffata e anche sì disarcionata: proprio quando lui riusciva, e in un gesto mi traeva, fummo lì immobilizzati e dall’onda trasformati. Io a ricever senza dare divenni col tempo spazzatura industriale, lui invece, su me riverso, divenne tronco impalato e mesto. Insomma si può oggi declamare con orrore, che mai vi fu storia di maggior dolore, che quella di Giulietta e del suo amore.

Il viaggio, il cerchio, il ciclo, vanno a terminare, ma non prima dell’ultimo dichiarato finale. Proseguendo in avanti per questo sentiero, resti in memoria la storia di quel piccolo solitario guerriero.

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RACCONTO n° 5


Ho cercato di avvertire. Non mi stavate a sentire. D’altronde quale uomo a cui si faccia appello, si ferma per davvero a guardare un uccello? Mi lanciavate briciole mocciosi tutti quanti, accorrevo per dirvi che proprio là davanti, in quel romanticore di sole tramontante, vestita di corallo e viola rampicante, col sorriso sul volto e quell’aria gaudente, si celava la morte affamata e fetente. E voi a guardare placidi quell’onda luminosa, e io a strillare tanto da irrompere in un canto. Ero stato scelto dalla congregazione (intendo dei volatili non fate confusione), proprio perché speravano, illusi pure loro, che al grido di un pettirosso avreste dato ascolto. Furono le rondini a vederla per prima, migrando s’accorsero dell’onda radioattiva: con volo pindarico di qua e di là, chiamarono a raccolta le ali della città. Corvacci, mosche, lucciole, colombe e piccioni, passeri, merli e noi, volatili arancioni. Tra tutti che eravamo, riuniti in gran carrè, il compito alla fine fu affidato a me. E siccome del gruppo io sono il più piccino, ho fatto dell’incarico un impegno uccellino. Ma no, non ce l’ho fatta, nessuno mi ha ascoltato, e così sulla terra son rimasto incollato. Insieme a voi altri, maldestri costruttori, di macchine che si nutrono dei loro propri inventori, divenni tutto rigido, col becco spalancato: nel gesto di salvarvi rimasi beffato: dalle radiazioni fui duplicato. Così oggi resisto e, divenuto cestino, mi è cresciuta addosso la copia del mio destino.


Questo, che poi è l’ultimo racconto, è anche la metafora di tutto il percorso. Se vuoi ricominciare, al primo pannello devi tornare: entra nella fortezza, e nella Fiera dell’artigianato trova lo spazio al nucleare dedicato.

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